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Cultura
Pagina
14 Dell' UNIONE SARDA del 25/01/2005

È
un piccolissimo comune, ma non è un'invenzione: esiste davvero.
Le
leggende si intrecciano alla storia del vicario.
Per
molti sardi, in un passato anche recente, Pompu, piccolo borgo
dell'antica curatoria di Parte Montis, era un abitato senza luogo
e senza
tempo, collocato in un angolo indefinito della Sardegna dalla fantasia.
Poteva capitare, quando ci s'incontrava per strada, che, alla domanda
"dove
stai andando?" si rispondesse, con vena scherzosa, "a
Pompu", per dire in un
luogo inesistente, in un "non posto". Si diceva pure,
quando qualcuno faceva
qualcosa d'insolito, "ma ita ses, de Pompu?". Persino
su L'Unione Sarda, il
14 gennaio 2001, un cronista, nella pagina di Nuoro, nel rimarcare
il
degrado delle periferie dell'abitato, scrive testualmente: «via
Mereu (parte
integrante della città e non di Pompu) è senza luce
dal giorno in cui Ciampi
è venuto a Nuoro»? Un paese che "non c'era",
dunque, un non-paese, per la
tradizione popolare. Che fosse, in effetti, un paesino sperduto,
quasi
nascosto, tra i rilievi collinari della Marmilla, collegato alla
provinciale
per Simala e Masullas da una sola e tortuosa strada bianca, era
un fatto
oggettivo sino a una trentina d'anni fa. Ma lo erano, sino agli
anni
Settanta, anche molti altri paesini di questa e altre parti dell'isola,
che
pure non sono stati elevati a simbolo, sebbene scherzoso, direi
quasi
bonario, di negatività. È difficile capire perché
proprio Pompu abbia
assunto nella tradizione questo ruolo, che, tra l'altro, gli abitanti
del
paese, "is pompesus", mostrano di non gradire. Forse l'ironia
è germogliata
in antico proprio dal nome, che sembra prestarsi a interpretazioni
sacre e
profane. E quanto il sacro e il profano s'intrecciassero, in questo
lembo di
Sardegna, nella battuta dissacrante, nel doppio senso, lo dicono,
a pochi
chilometri di distanza, i versi di "Sa scomunica de Predi Antiogu
arrettori
de Masuddas", il poemetto ottocentesco che gioca, in modo arguto
e
divertito, con la lingua e la cultura del più genuino sostrato
della
Marmilla rurale. Come nel villaggio di Masullas, dove è "predi
Antiogu", il
vicario, la vittima di un furto di bestiame compiuto da individui
armati di
"pistoa e scupetta", così anche a Pompu, negli
stessi decenni, è un vicario,
Fedele Susanna, ad essere bersaglio di una banda di malviventi che
assalta
la casa parrocchiale di San Sebastiano e lo costringe ad essere
protagonista
di un episodio che ben si prestò ad alimentare la vis comica
popolare. Il
vicario si trovò, infatti, a dover fuggire nudo, in piena
notte, saltando da
una finestra della camera da letto, e a rifugiarsi in casa di un
suo
figlioccio dove si coprì con una camicia da donna, che dovette
"vestire col
massimo dispiacere e mortificazione", soprattutto perché,
rimarcava il
vicario, dovette presentarsi "a gente di diverso sesso nello
stato
suddetto". Proprio lui, che teneva invece all'immagine di uomo
vigoroso,
specie agli occhi delle serve e, ancor più, della sua prediletta,
Caterina
Perra, per la quale nutriva tanta simpatia che non esitò
ad allontanare
dalla casa parrocchiale, un altro servo, Giovanni Vincenzo Cucu,
reo di una
"corrispondenza troppo amorosa" con la stessa Caterina.
Si era nel 1832.
Pompu vide consumarsi, vicino alla parrocchiale di San Sebastiano,
due
grassazioni, entrambe a danno del vicario. Che, originario di Lunamatrona,
venne assalito, nelle notti tra il 6 e 7 ottobre e tra il 13 e il
14 dello
stesso mese, da malviventi armati e decisi a tutto, che gli spararono
per
ucciderlo, senza però riuscirci. Ricordato come il "tribolatissimo
sacerdote
di Lunamatrona", il religioso aveva assunto l'incarico di vicario
a Pompu
nel 1821. A quanto si sa, non era un uomo facile, né accomodante,
tanto che
più volte si trovò contro la gente del paese. Del
primo assalto alla casa
parrocchiale, restano, nell'Archivio di Stato, documenti processuali,
relazioni, verbali. Tutti confermano che "nella notte successiva
al 6
ottobre 1832, alle ore dieci e mezzo, il reverendo Susanna fu aggredito
nella sua stessa casa parrocchiale, fu preso a schioppettate, le
palle
perforarono porte e finestre, e solo per miracolo il parroco ne
rimase quasi
illeso, colpito solo all'indice della mano sinistra." Molti
particolari sono
contenuti nelle carte della Reale Udienza. Una di queste è
del 7 ottobre
1832, il giorno seguente, dunque, all'aggressione notturna, e porta
la firma
del delegato Diana e del notaio Antonio Mereu di Masullas. In essa
si dice
che Francesco Atzei, giurato di giustizia, ha "citato il flebotomo
Antonio
Efisio Floris perché comparisca nel villaggio di Pompu, in
casa del vicario,
Fedele Susanna, il quale venne ferito al dito indice sinistro"
verso "le ore
dieci della notte", quando fu "assalito da cinque uomini,
due a cavallo e
tre a piedi." Vi si dice anche che "venne da uno di essi
sparato" quando
fece l'atto di prendere "lo schioppo per sua difesa".
Una settimana dopo, il
13 ottobre, "verso la mezzanotte, la casa parrocchiale fu di
nuovo presa
d'assalto da una dozzina di uomini armati, decisi a fare la pelle
al
vicario". Anche questo secondo episodio è documentato
nelle carte della
Reale Udienza, dove si riporta, in data 14 ottobre 1832, un atto
del
delegato Diana di Masullas, che, a seguito della "relazione
sul nuovo
assalto alla casa del vicario di Pompu da parte di numerosa quadriglia",
dà
mandato perché "si proceda agli opportuni adempimenti".
E' dello stesso
giorno la relazione del vicario Susanna sulla grassazione subita.
In essa si
precisa che "circa la mezzanotte della passata notte"
il reverendo "venne
assalito da infinita turba di gente", che cercò di entrare
"spalancando la
porta della stanza dove dormiva". Il vicario, "curando
di risparmiare la
propria vita, ignudo, nella maniera cui stava a letto, saltando
da un muro",
si rifugiò "nella casa vicina di Giuseppe Secchi",
suo figlioccio, e, con
indosso la camicia da donna, attese l'arrivo e "la protezione
della
giustizia" . I banditi, intanto, avevano cercato invano di
trovare i denari
del prete. Non essendoci riusciti, si erano accontentati di uno
schioppo,
una pistola, un orologio, un "giunchiglio" d'argento,
ma pure di "sei libbre
di zucchero e due di caffè" e di una coperta di cotone.
L'indagine che ne
seguì vide coinvolte anche diverse persone di Pompu. Negli
atti si legge,
infatti, una testimonianza di Antonio Leo, agricoltore pompese di
48 anni,
il quale dichiarava che "Vincenzo Orrù, domiciliato
a Guspini, e suoi
seguaci di quel paese e delle ville di Terralba, Arcidano, Uras
avevano
praticato quella grassazione?", ma che "il primo disordine
si crede commesso
dall'allora barracello Battista Floris, da Giovanni Vincenzo Cucu
e da
Nicolò Leo, tutti di Pompu, assieme a Battista Sezzu di Lunamatrona?"
e che,
infine, "il vicario Susanna disse di averli conosciuti al chiaro
di luna nel
piazzale della sua casa". Battista Floris "era indispettito
contro il
vicario", testimoniava Antonio Leo, perché il sacerdote
aveva dato, "qualche
mese prima, l'ordine di arrestarlo" per aver "devastato
con un giogo di buoi
una quantità d'orzo seminato in un chiuso attiguo alla parrocchia".
Giovanni
Vincenzo Cucu, invece, aveva in odio il vicario proprio perché
"era stato
congedato da questi, dove serviva, per la corrispondenza troppo
amorosa con
Caterina Perra, serva prediletta del sacerdote?". Con Nicolò
Leo e il
fratello Angelo, poi, "il vicario non correva in buona corrispondenza
perché
quelli pretendevano che pagasse due libbre di cera che doveva corrispondere
annualmente". Fortemente provato, il vicario decise così
di abbandonare
Pompu e rifugiarsi a Lunamatrona, paese natale. Qui, cercò
di sistemarsi la
casa e, per farlo, pensò bene di prendere le pietre necessarie
dalla chiesa
in rovina di Santa Maria. Il 18 novembre 1834, però, il vescovo
gli ingiunse
"di riportare alla chiesa i dodici carri di pietre che aveva
asportato". Il
destino volle che fosse proprio il tempio di Santa Maria ad accoglierlo
quando, morto a 74 anni, fu sepolto nel dicembre 1840. Tutto questo,
comunque, appartiene al passato. Oggi Pompu, sebbene povero di abitanti
(351
residenti) e di territorio (5 kmq), gode di autonomia amministrativa
(riconquistata nel 1970), ha superato l'isolamento con un nastro
d'asfalto
che lo collega a Masullas e a Curcuris, fa progetti di crescita
sociale ed
economica, propone come richiamo il complesso nuragico quadrilobato
di Santu
Miali, scavato di recente. Quanto basta per non essere più
considerato un
"non-paese". Gino Camboni
25/01/2005
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